Rassegna stampa

da “La Nuova Sardegna” del 19-11-2006

Testimone di un secolo d’arte e storia

di Giacomo Mameli

Una delle sue ultime tenerissime frasi (“Non ti preoccupare, tu sei il mio presente”) l’ha detta a Grazia, terza dei sette figli di Mario Ciusa Romagna, uno degli intellettuali eccellenti del Novecento sardo. Quella frase, poche settimane fa, l’aveva sentita Maria Lai, la più grande artista sarda vivente. Che ha subito composto un quadro, con i suoi colori, le sue magìe e le sue trame classiche, e lo ha mandato – proprio con quelle otto parole – a Cagliari, via dei Colombi, dove ieri alle due del mattino Ciusa Romagna il nuorese ha cessato di vivere. “Il professore” aveva appena intuito quell’opera perché la malattia lo aveva colpito anche nella vista. Ma aveva potuto dire: “Rigraziate Maria Lai”. Avrebbe compiuto 98 anni il prossino sei marzo visto che era nato a Nuoro, rione Gutturu ’e forredda, oggi via XX Settembre, il 6 marzo del 1909. “Amava” Maria Lai, le era sembrato “l’ultimo dono d’amore e d’arte” come qualche ora prima di morire ha ripetuto alla figlia Grazia che era lì, ad accarezzare la fronte del padre, col marito Alberto Porcella, alcuni nipoti e la sorella Paola. Lui, che non temeva la morte, lui che diceva con forza anche dialettica che “la morte è vita” aveva chiesto ai figli: “Dite che non sono più di questo mondo solo a esequie avvenute”. Sarà accontentato. Passioni di una vita Insegnante di Lettere, critico letterario, giornalista, nipote dello scultore Francesco Ciusa, quello della Madre dell’ucciso, aveva raccontato la sua vita alla Nuova Sardegna due anni fa, in una serena vigilia prenatalizia. Sembra di riascoltarlo e vederlo nello studio cagliaritano parlando di virtù e vizi di chi è nato sotto il Gennargentu. Emerge la grande passione per la letteratura, per simpatici personaggi minori di Nuoro e dintorni. C’è Indro Montanelli studente in Barbagia, Grazia Deledda appassionata di teatro a Roma, Max Leopold Wagner il filologo tedesco che “parla il sardo meglio dei sardi”, Salvatore Satta giurista-scrittore. Personaggi nuragici entrano nel discorso con Martin Heidegger e George Friedrich Hegel. Le costanti letture Fra tante eccellenze mondiali emergono ziu Secotianu capostipite degli ubriaconi nuoresi, ziu Bonappetitu emigrato in Francia e che dava la sveglia ai nuoresi cantando per le strade Allons enfants de la patrie. E i grandi litigi – sotto il colle di Sant’Onofrio – tra zia Rosa Grabielle e ziu Palatu l’americano che compendiava in cinque parole la sua vita di emigrante per i due mondi: caminu meda e furtuna pacu. Il suo studio è in ciliegio e castagno, quadri di Maria Lai e Gaetano Brundu, il libro Destini personali di Remo Bodei. L’ultimo libro comprato? Le filosofie del Novecento, di Giovanni Fornero e Salvatore Tassinari. Tanta passione per la lettura. “Se non si legge non si cresce. E senza leggere non cresce né Nuoro né Cagliari, né la Sardegna né ogni Paese al mondo”. Quel mattino Mario Ciusa indossava una polo beige chiaro, pantaloni scuri, berretto blu di panno. Parlava seduto su una poltrona a braccioli imbottiti, alle spalle un ritratto della bellissima moglie Maria Luisa Valla, ligure di Albenga (“ci eravamo conosciuti nella biblioteca universitaria di Firenze, due giorni dopo eravamo insieme a passeggio”). Moglie morta lo scorso agosto, Ciusa Romagna ne resta choccato. Testimone di un secolo di storia e arte sarda. Parlano le pareti, prima di tutto. “Questo pannello è un quadro di Primo Pantoli, ci sono la vita e la morte. Questa scultura è di Pinuccio Sciola, forse la sua cosa più bella, rappresenta una danzatrice. Quadri di Antonio Ballero, Stanis Dessì, un angolo di Olzai con i mandorli di Carmelo Floris, una bambina di Cesare Cabras, quando l’avevo scelto mi aveva detto: “Ma come, non prendi un’aia? No, prendo questo”. E questa ragazza è di Gavino Tilocca, lui ne era invaghito. E questo è Il dormiente di Francesco Ciusa. Questi quadri sono di mio fratello Giovanni, per Corrado Maltese La maternità è un capolavoro. In questi giorni al museo di Calasetta sono esposti suoi disegni”. Tremila allievi Il novantenne aveva visto crescere tra i banchi di scuola, a Nuoro e a Cagliari, più di tremila allievi. Qualche nome: due docenti della Normale di Pisa come Giuseppe Are e Fausto Satta, la poetessa Lucia Pinna, anche un arcivescovo, Pietro Ottorino Alberti, “papa” di Cagliari. Nasce a Nuoro, lo tiene a battesimo Pietro Mastino, l’avvocato sardista. Parlò della sua famiglia: “Mio padre, Salvatore, era il fratello maggiore di Francesco, lo scultore. Mia madre era Maria Veronica Romagna. Aveva la terza elementare, sentiva e decodificava tutto, scriveva meglio di noi, donna intelligentissima, la chiamavano tutti signora Veronica. Cinque figli, primogenita mia sorella Francesca, poi Giacomo – Jacu – che aveva preso il nome da mio nonno, e ancora Giovanni, Luigi Antonio che morì bambino e Grazia, l’unica vivente, abita a Cremona, moglie del prefetto Saverio Ferrari morto giovanissimo. Mio padre era un piccolo industriale di falegnameria, mia madre aveva un emporio, una amministratrice provetta. Mio padre aveva preparato la bara di Sebastiano Satta, l’aveva foderata lui di rosso. Lo ricordo quel funerale, era il 1914, avevo cinque anni. Il popolo seguiva il feretro sulla salita del Corso Garibaldi, sembrava andasse verso qualche meta da cui non sarebbe più tornato”. L’università a Firenze, laurea in Lettere nel 1933, tesi sul rapporto tra il romanzo europeo e quello deleddiano, la discute con Attilio Momigliano. Torna a Nuoro: “Crescevamo per la strada, con noi c’era Montanell, la strada era il bene e il male, il lecito e l’illecito, il raccoglitore di tutta l’esistenza. Per strada vedevamo il calzolaio che, alle prime piogge, andava a prendere crocas, le lumache”. Politica e cultura Di quali sardi parlava? Molto di Antonio Gramsci, di Emilio Lussu “che ha varcato il Tirreno e le Alpi, ha passato gli anni Trenta a Parigi fornace della cultura mondiale, tutto il leninismo marxismo viene elaborato alla Sorbona. Lussu è grande, si staglia sugli altri perché aveva preso parte a lezioni di alto valore politico e scientifico”. Poi Grazia Deledda, Peppino Fiori. E dei viventi? Maria Lai e Toti Mannuzzu. E degli scrittori new-age? “Facciamoli crescere”. Aveva capito la modernità. Ricordava la malaria e le cavallette, “quelle nuvole nere di cavallette, i contadini che piangevano perché in dieci minuti le cavallette distruggevano le spighe che cominciavano a spuntare”. Il futuro? “Occorre industrializzarsi o, se volete, industriarsi. Solo oggi i pastori producono formaggi da vendere per il mondo. Solo oggi sento parlare di cultura”. Il difetto della classe dirigente sarda: “La mediocrità, il peggior nemico dell’intelligenza”. E la politica? “Non è autonoma, si va in fila ad Arcore, non mi sento rappresentato da subalterni. La politica è creazione. Ma oggi chi crea?”.

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da “La Nuova Sardegna” del 15-06-2005

Il filo sottile della memoria

di Leandro Muoni

Esce questi giorni in libreria un nuovo libro di Mario Ciusa Romagna, decano degli scrittori sardi: “La pietra e il muschio”, a cura di Aldo Brigaglia (Tema, Cagliari, 2005, pp. 198). “Il volume contiene – così informa il curatore – venticinque racconti (editi e inediti) scritti nell’arco di oltre trent’anni, dal 1932 al 1964, più un ultimo pezzo che è come un grande affresco conclusivo”. Nel nostro immaginario, associamo per consuetudine il significato metaforico della pietra alla lucente stabilità dell’essere, e quello del muschio alla vellutata metamorfosi della memoria: insomma, rispettivamente, alla cristallizzazione della natura e alla vaporizzazione del tempo. Ma, nella semantica dell’autore, gli usi figurati delle due parole sembrano invertirsi e modificarsi. Le due parole simboleggiano così, nell’ordine, il mutamento storico e l’eterno presente ciclico: da una parte il ciottolo di pietra che rotola e scintilla e dall’altra il muschio o lichene dove il moto stesso della materia si attutisce e si spegne. Ebbene, queste categorie di senso si applicano, nei percorsi del testo, ad una realtà tematica che si immedesima con un luogo simbolico eppure referenziale: che è l’infanzia, la vita, la storia; e al contempo è un paese, un’isola, un paesaggio geografico, tutti altamente riconoscibili: la Sardegna, la Barbagia, Nuoro. Il testo si inserisce con perfetta naturalezza nel solco di una tradizione illustre, e in qualche misura l’arricchisce e la completa: è la tradizione che ha reso celebre la letteratura e l’arte sarda del nostro tempo, quella tradizione che prende le mosse da Sebastiano Satta, Francesco Ciusa, Grazia Deledda e approda a Salvatore Satta. Il fatto tuttavia che l’opera sia così intimamente partecipe di una così insigne tradizione culturale ed espressiva non riduce né attenua il suo grado di autonomia e libertà poetica. Al contrario la esalta. “La pietra e il muschio” è infatti un libro di grande spessore letterario e stilistico, anche perché è uno di quei libri destinati ad assolvere una funzione di rottura, a interrompere certe inveterate convenzioni proprio nel momento in cui il suo autore si sofferma a scandagliare ulteriormente il tema più obbligato che possa immaginarsi: il tema del luogo, della memoria, del processo temporale e dell’identità. In particolare, rompe un certo clima di provincialismo strisciante che insiste da tempo, a sua insaputa, sulla società culturale isolana, un clima permeato di narcisismo e sciovinismo. Ebbene, Mario Ciusa Romagna è una delle rare voci che osa “steccare” rispetto ai miti e ai riti imperativi dell’”orgoglio identitario”. Mario Ciusa Romagna è infatti l’esatto contrario dello scrittore “sardista ombelicale”. C’è un bel passo nel libro, libro che a guisa di un discorso per la “consacrazione della casa”, tra il beethoveniano e il deleddiano, è dedicato in buona parte ai lari domestici di Nuoro. In questo passo, Mario Ciusa Romagna contrappone i nuoresi eraclitei a quelli parmenidei, cioè a dire i dinamici ai sedentari, i “cosmopoliti” agli “immobili”, i curiosi agli indifferenti: insomma, quelli che sono spinti “dalla voglia di andare a chircare mundu, a cercare le verità che sono al di là de su connottu” a quelli che di su connottu invece si appagano e si beano. Questa invenzione dei nuoresi eraclitei e parmenidei è un modo nobilitante e sottile di indicare una certa forma di “pazzia”, più o meno erasmiana, presso i propri concittadini. Concittadini particolarissimi, giacché, in questa contrada o in quest’”isola nell’isola”, non esiste l’”uomo-massa”, l’”uomo anonimo”, l’”uomo senza qualità”: tutti e ciascuno sono a modo loro “memorabili”, degni di “ricordo” e di “attenzione”, benché confinanti o confinati in una sorta di esistenzialistico Nulla. A questo punto, il nome o il riferimento che s’impone e che deve interessarci maggiormente è quello di un autore che si colloca forse più in diretta sintonia con il genio e la scrittura, insomma con il mondo poetico di Mario Ciusa Romagna: cioè a dire Salvatore Satta. Lo scrittore de “La pietra e il muschio” e l’autore del “Giorno del giudizio” sono due personalità che corrono autonome e parallele sul piano di una creatività la cui molla interiore risiede proprio nel medesimo mondo umano e culturale: quella Nuoro perduta e rediviva che entrambi hanno conosciuto e risvegliato dal crepuscolo della sua esistenza e alla quale restituiscono anche un sentimento, per dir così, trascendentale del tempo, dell’identità e della verità poetica. E’ come se l’educazione e l’ambientazione nuorese, più borghesi in Satta più popolane in Ciusa, avessero prodotto in entrambi gli autori, indipendentemente e sincronicamente, nel contatto cogli stimoli del vasto mondo, certi analoghi frutti maturi dal sapore inconfondibile: un sapore deciso, pungente, amarognolo eppure rotondo, armonioso, equilibrato. Chi l’ha detto che lo stile artistico con cui si esprime tutto ciò che appartiene alla Sardegna sia per definizione “anticlassico”? Ma, al di là del novero dei modelli letterari, l’indiscusso protagonista tematico del romanzo-zibaldone di Mario Ciusa Romagna è, a ben vedere, sostanzialmente il tempo. Il nostro scrittore pratica una sorta di religione laica del tempo. Una religione appresa soprattutto sui testi canonici del suo autore prediletto: Martin Heidegger, per il quale “l’essenza dell’esserci è propriamente l’esistenza”, mentre quest’ultima si manifesta a sua volta come un “essere-per-la-morte”, che si apprende attraverso la coscienza temporale. E non è un frutto di pura casualità se il libro di Mario Ciusa Romagna si conclude in maniera emblematicamente sattiana con la visione “sacramentale” del camposanto di Nuoro. Un cimitero che ci appare compassionevolmente esposto a mezzogiorno, di fronte ai pallidi raggi del sole, “su sole e’ sos mortos”, sotto le spalle della sua montagna tutelare, il Monte Ortobene. La “recherche” di Ciusa Romagna si conclude dunque nel segno dei sepolcri. Qui l’autore si augura che il buio eterno della morte, illuminato da quei misericordiosi raggi solari, sarà “più fausto”. E questo ci fa capire come ancora si prolunghi, fra le righe del pensiero oppure nel riverbero dell’anima, un ardito desiderio di vita e di conoscenza. Al di là della tomba. Dopo il “Giorno del giudizio” sattiano, il paesaggio letterario di Nuoro si completa così di un secondo tempo, e annovera adesso il suo “Giorno della memoria”.

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da “La Nuova Sardegna” del 2-5-2004

Occhi dell’anima su settant’anni d’arte in Sardegna

di Anna Saderi

È stato appena pubblicato a cura di Aldo Brigaglia “Cronache d’arte” raccolta di scritti sull’arte sarda di Mario Ciusa Romagna. Sono 106 le testimonianze che formano la raccolta, tutte di critica d’arte scritte tra il 1933 e il 2004, settant’anni di registrazione di piccoli o grandi eventi riguardanti l’arte sarda, ma anche, di riflesso, la nostra storia e la nostra cultura. I due saggi introduttivi sono di Aldo Brigaglia e di Gianni Filippini. La prima percorre la genesi del volume, la scelta dei pezzi e la metodologia ad essi sottesa. La seconda, scritta da un “estimatore convinto”, come Filippini appunto si dichiara, racconta del suo rapporto di collaborazione con Mario Ciusa Romagna all’”Unione Sarda”, rievocandone i momenti topici. Il nucleo più consistente del libro, circa 200 pagine delle 380 di cui è formato, è rappresentato proprio dagli articoli scritti tra il 1960 e il 1968. Gli altri saggi sono scelti tra le collaborazioni alle riviste o ad altri giornali, oppure sono presentazioni di cataloghi d’arte o relazioni a qualche convegno. Lo scrittore, persona di riconosciuta autorevolezza culturale, in ogni singolo saggio della raccolta rivela oltre la competenza una notevole sensibilità sociale e umana: l’analisi, il commento, l’esegesi critica sono, infatti, sempre strettamente intrecciati a considerazioni di ordine umano o filosofico, a riflessioni che toccano l’intimo di ognuno e la storia della collettività. La lucidità di coscienza, il desiderio di interrogarsi, ci avvertono del suo senso d’inquietudine di fronte ad una realtà sentita come difficile, da indagare e sorvegliare. Lo scrivere sembra legato alla ricerca di qualcosa che sfugge, appare mosso da una spinta conoscitiva che non è teologica, ma speculativa, da un desiderio di trovare il codice che si cela sotto la materia, al di là del visibile, fedele alla molteplicità del reale. Mario Ciusa Romagna non è l’intellettuale che dall’alto della sua torre d’avorio elargisce sapienza, insegna le ragioni del vivere o consegna le chiavi di interpretazione del mondo. È il pensatore inquieto, curioso e disponibile alla ricezione di nuove teorie e idee, aperto all’inconsueto, ancora oggi, esattamente come ieri, nonostante che il tempo potrebbe a buon diritto averlo provato e stancato. Impersona bene quanto Italo Calvino diceva di sé: “il mio scopo, quando scrivo, non è tanto quello di fare un libro quanto quello di cambiare me stesso, scopo che penso dovrebbe essere quello di ogni impresa umana”. Ma nel libro non c’è solo speculazione, c’è anche il gusto per il racconto, che si rivela nell’inscindibile intreccio tra puntuali descrizioni e ricordi, riferimenti culturali alla letteratura e agli altri campi dello scibile e notazioni di vita quotidiana. L’analisi dei movimenti artistici diventa di gradevole e facile lettura anche per i non specialisti proprio grazie alla capacità dell’autore di restituire il clima del periodo di riferimento con la descrizione dei luoghi e degli ambienti o delle relazioni che intercorrono tra gli artisti, con le notazioni biografiche e autobiografiche, con la leggerezza insomma di una bella scrittura, chiara e limpida. È impossibile naturalmente in questa sede analizzare, anche in modo sintetico, ogni saggio per ciascun artista raccontato (gli artisti di cui Mario Ciusa Romagna parla sono centinaia), d’altronde, sceglierne solo alcuni, significherebbe fare torto agli esclusi. Come si può parlare di Nivola e tralasciare Francesco Ciusa, oppure citare Stanis Dessì e non Mario Delitala o Giovanni Ciusa, Filippo Figari, Carmelo Floris, Pietro Antonio Manca, per non dire di Tavolara, Palazzi, Biasi e così via percorrendo le storie e i nomi delle 380 pagine del libro? Tra i pezzi di analisi generale molto interessanti sono: l’intervista a Corrado Maltese, fatta da Ciusa in occasione della pubblicazione del suo volume su tredici secoli di arte in Sardegna; il dibattito, coordinato da Mario Ciusa Romagna, tenutosi a Cagliari nell’aprile del 1964, tra Corrado Maltese, Gaetano Brundu, Tonino Casula, Giovanni Lilliu, Foiso Fois, Emidio De Felice, sullo stato dell’arte contemporanea in Sardegna; il saggio introduttivo, che riporta la relazione al convegno di Ichnusa tenutosi a Nuoro nel 1958 sui “Rapporti tra intellettuali e artisti in Sardegna”. Illuminanti e di indispensabile lettura per la comprensione della nostra storia artistica e culturale tutti e tre i saggi mettono in luce la peculiarità del periodo dal punto di vista artistico, le problematiche legate alle scelte politiche e culturali, il rapporto tra regione e nazione e le difficoltà di alcuni artisti ad essere “organici” ai luoghi e ai tempi. È possibile focalizzare alcune direttrici, tra gli infiniti percorsi che il libro suggerisce, per individuare una sorta di denominatore comune che orienti alla lettura d’insieme della raccolta. La prima è il senso del tempo, dello stare molteplice dell’uomo e dell’arte nel tempo. La ricerca dell’ essere nel tempo è sempre presente ed aumenta man mano che ci si avvicina agli scritti più recenti. Nell’ultimo saggio del volume “riflessioni su me stesso” Mario Ciusa Romagna, traendo spunto dalla descrizione del ritratto fattogli da Giancarlo Buffa, analizza se stesso ed esplicita proprio il discorso sul senso del tempo e della molteplicità, del singolo e della collettività. Dice, infatti, in un passo, che l’uomo, oggi, perso tra angosce ed incertezze, “si è privato dell’orizzonte e del tempo”, ha perso la sua “essenza cronologica” e che l’unica possibilità di ritrovarsi sta nell’”alterità come ricerca e proposta perché l’individuo trovi proprio nella molteplicità la sua identità”. “Si vive per essere e per continuare ad essere, non per essere stati”, sostiene. Questo stato lo ha definito, con una metafora anche visiva molto ben riuscita, “divenire liquido”. La seconda direttrice è individuabile nel metodo di analisi, che consente di ripulire e disincrostare dagli elementi che la inquinano l’interpretazione e la visione dell’arte sarda, aiutandoci a non sentirla minoritaria o subalterna rispetto al resto d’Europa e del mondo. Non vi sono però indulgenze o compiacimenti immotivati, anzi biasima chi, sulla scia della tradizione, abbia peccato nell’offrire un prodotto estetico confezionato per il consumo o abbia assecondato troppo l’immagine della Sardegna esotica, piuttosto che ricercare nuove capacità elaborative autentiche anche attingendo dal ricco patrimonio arcaico per nutrire di succhi vitali la cultura successiva. La metodologia di ricostruzione storica e di analisi degli artisti e delle opere, che Ciusa Romagna utilizza nei suoi saggi, consente col ricordo il ri-accordo dei frammenti sparsi, la possibilità di composizione di un nuovo disegno, di una nuova coscienza, di un altro orizzonte prospettico di noi stessi. L’immagine che ci restituisce degli autori non è espressione di un codice, ma il risultato dinamico della variazione data da incessanti rinvii di sensi, del lavoro di codificazione delle descrizioni dei sentimenti, delle storie, delle espressioni plurali e molteplici. L’ottica è quella di chi racconta agli altri con atteggiamento di apertura, ricettivo verso la sorpresa che ogni espressione differente dalla propria o dalle abitudini consolidate e rassicuranti offre. Questo è il modo che Mario Ciusa Romagna mi pare abbia sempre avuto e continua ancora oggi a tenere, incitandoci anche con questa raccolta a leggere il mondo, il nostro mondo ed il più vasto mondo, con occhi diversi. Ecco, appunto gli occhi diversi sono la terza direttrice di lettura. Quegli occhi di cui il nostro autore lamenta spesso la perdita del visus, sono proprio l’elemento che forse paradossalmente gli hanno consentito l’acuirsi della sua sensibilità, la possibilità di vedere più a fondo e di avere una visione più lungimirante della nostra, che magari ancora vediamo benissimo. Viene da chiedersi se la saggezza dei vecchi non sia proprio legata alla perdita della visione piena della luce. Spesso ciò che maggiormente attrae è l’immenso margine di inespresso che esiste nella vita, ciò che è in ombra e non si distingue bene, piuttosto che ciò che è pienamente illuminato. Democrito di Abdera si strappò gli occhi per poter pensare meglio. Gli occhi dell’anima, quelli che riescono a vedere al buio, comunicano l’essenziale della verità che conta, quella che noi purtroppo, imprigionati in una verità momentanea e mutevole, sempre più ricca di dettagli che pur veri ed esatti risultano inessenziali ed insignificanti, non riusciamo a distinguere. Gli occhi spalancati consentono di vedere solo la realtà sensibile, gli occhi chiusi consentono di pensare e sognare, immaginare e creare, di cogliere anche oltre l’apparenza. Lo sguardo rappresenta questa possibilità ed è tanto più acuto e vero quanto più opera nella cecità, quella metaforica, libera dagli schemi visivi precostituiti, dai riferimenti al noto, che impediscono il dispiegarsi dell’energia creativa. L’essenza dell’uomo non dimora nelle cose, ma nella loro possibilità d’accadimento, in quel divenire liquido che Mario Ciusa Romagna ha tenuto come punto di riferimento analitico e critico dei suoi scritti e che rappresenta la forza che gli consente ancora oggi, dopo tanti anni di lavoro, di tenere desta la curiosità della ricerca e della conoscenza e la capacità di visione attuale del mondo contemporaneo. Non contano i decimi di visus, conta la capacità degli occhi dell’anima di vedere lontano.

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